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Frittelle e sviluppo. Una chiave per la qualità. Parte 2

Andrea Stroppiana | 24 Febbraio 2015

Due anni fa sono stato a El Alto, una città poverissima che si trova a 4.100 metri d’altezza nei pressi dell’aeroporto della città di La Paz, in Bolivia. Abbiamo visitato un progetto UNICEF sulle scuole serali dove abbiamo incontrato centinaia di bambini che di giorno fanno i lavori più umili e la notte vengono ad imparare qualcosa. Sono bambini per lo più senza famiglia ed i loro lavori faticosi e mal pagati. Nella visita loro hanno raccontato quello che fanno e di come sia dura la quotidianità che vivono e difficile concentrarsi nell’apprendimento. C’era con noi il figlio di un collega italiano di 9 anni che ascoltava ogni cosa con il massimo dell’attenzione. In macchina, tornando a La Paz gli ho chiesto cosa avrebbe voluto ottenere per quei bambini se avesse fatto lui un progetto. La mia domanda era però finalizzata a sapere come lui, digiuno di “progettese”, mi avrebbe definito gli obiettivi del progetto che avevamo visitato: Mi ha risposto senza troppa esitazione: “Fare in modo che imparino le cose in modo da avere voglia di tornare a scuola tutte le sere”. Mi sono accorto che era questo il vero beneficio auspicabile, e che concetti apparentemente complessi quali obiettivi e sostenibilità erano stati coniugati correttamente; è proprio questo quello che mi aspetto di trovare in un progetto di qualità. Era un obiettivo che non nasceva da un’analisi dei bisogni, ma da un’analisi delle persone e della loro situazione, e che poteva scaturire da qualcuno che sentiva dentro di sé il dolore e la sofferenza di chi voleva aiutare. Lorenzo non avrebbe mai potuto rispondermi di voler ottenere percorsi educativi integrati, né che il territorio facesse rete locale.

Ma allora perché oggi gli obiettivi hanno assunto un significato così diametralmente opposto da ciò di cui sto parlando? Perché in tutti i progetti che vedo, senza quasi eccezione gli obiettivi continuano a coincidere con le attività?

Le attività sono diventate allo stesso tempo sia le cose che si fanno sia il motivo stesso per cui vengono fatte collocandosi, in questa seconda accezione, al posto degli obiettivi ed invadendo come la gramigna spazi che non dovrebbero assolutamente occupare. Le due cose diventano la stessa cosa, il punto di partenza coincide con il punto di arrivo; il “che cosa” equivale al perché. Rimane ciò che il progetto farà e si butta via il motivo per cui lo farà. Della componente emotiva dei destinatari si è persa ogni traccia, di essa non c’è più alcuno dico alcuno spazio in questo cerchio che si chiude su se stesso, in questa linea che parte senza però arrivare da nessuna parte. Faccio un corso ed il mio obiettivo si esaurisce nell’avere il corso fatto, ci pare normale buttare a mare le capacità che qualcuno dovrebbe aver acquisito ed il loro utilizzo; costruisco la scuola o l’ospedale e l’obiettivo è la scuola o l’ospedale costruiti; dell’ educazione e della attenzione sanitaria non c’è più nessuna traccia, non ci importa raggiungerli né, meno che meno, valutarne la presenza perché non appaiono nel progetto e perché così si evita di mettere in dubbio il senso di ciò che è stato fatto.

Il perché si facciano le cose non interessa più nessuno e tale “perché” si getta nella spazzatura come tutte le cose inutili o pericolose. Gli interventi sono autoreferenziali ed i beneficiari che si dovrebbero aiutare si perdono lasciando il posto ai veri beneficiari del nuovo millennio: i partenariati stessi che realizzeranno l’intervento e che ne hanno dato origine con le loro schiere di consulenti. Nascono e prosperano i “progettifici”, ed è per loro stessi che si fanno i progetti.

“In uno spazio infinitesimale la tangente dell’angolo retto passa da più infinito a meno infinito”, diceva il mio professore di trigonometria spostando sulla lavagna una retta attorno ai 360° della sua possibile rotazione; da studente questa cosa mi ha sempre affascinato e stupito; non ci potevo credere che bastasse così poco per avvicinare distanze da capogiro e che opposti così lontani fossero in realtà tremendamente vicini. Ora l’astrattezza della geometria trigonometrica mi sembra molto più reale di un tempo. Anche noi stiamo facendo lo stesso e in un attimo ci siamo bevuti la qualità di quello che vogliamo realizzare; nel silenzio e senza accorgercene siamo diventati, in troppi casi, i burocrati della progettazione. Le emozioni che mettiamo in gioco, se ce ne sono, si riducono all’apprensione per la sopravvivenza delle nostre organizzazioni se non ci vengono approvati abbastanza progetti da coprire i costi di funzionamento sempre più elevati. Il sistema degli aiuti per lo sviluppo spende più della metà nelle risorse che vengono destinate a combattere la povertà per mantenere se stesso ed i propri esperti, e con la stessa logica l’analisi dei problemi è diventata l’analisi dei bisogni intesi come loro possibili soluzioni.

Dopo aver letto i pronunciamenti della Dichiarazione di Parigi (2005) e del Forum di Accra (2008) sull’efficacia degli interventi di sviluppo senza trovare alcun accenno a queste tematiche, mi chiedo se ci sia ancora spazio per aprire discussioni su questi aspetti apparentemente così irrilevanti e, purtroppo, finora, parlandone in giro e soppesando la volontà e l’interesse di affrontare certi argomenti, mi sono dato una risposta assolutamente negativa, e, ancora una volta, l’amaro si mescola al piacevole gusto delle schicce di mia nonna

 


1 Comment

  1. Sandro
    Sandro

    Condivido molte di queste osservazioni.
    Ma non sarei tanto preoccupato quanto l’autore.
    Per ogni progetto che nasce nei progettifici inutili ce ne sono altri venti che nascono nella vera iniziativa popolare in modo partecipato e sostenibile. Per fortuna il mondo vero della gente nelle strade delle citta’ e dei villaggi del mondo non sa nulla della cooperazione e dei progettifici e fa da se’ o con l’aiuto delle imprese sociali del luogo.

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