Protagonisti: Nino Sergi, Fondatore e Presidente emerito di INTERSOS

(A cura di Marco Crescenzi)

 

Mi sono riservato il piacere di curare di persona l’intervista a Nino Sergi, ero certo di una storia bellissima e la volevo in diretta. Credo che per qualsiasi manager “nonprofit” nel mondo, per i nostri studenti e comunità, Nino sia esempio concreto del come mettere “in campo” i valori.  I commenti su quanto accaduto in questo 2018 ad alcune Charity UK sono intensi, oltre che chiari, e sono pienamente in linea con la posizione formale mia personale, e della scuola – studenti inclusi.  Lo sprone ad “Essere il sale della terra” – ripreso dal vangelo – è folgorante. E quando Nino parla della “foresta che cresce”, non posso non pensare anche con affetto ai nostri studenti ed ai tanti che si avviano alla professione.

Io qui ho imparato e ripassato tanto, spero ispiri anche voi.  Con l’aiuto di tutti per massima diffusione, la leggeranno qualche decina di migliaia di persone, sempre troppo poche, ma il seme è di quelli che attecchiscono.

Buona lettura.

 

D.: Nino, come e perché è nata Intersos, quale è stata la scintilla iniziale?

R.: Intersos è nata poco più di venticinque anni fa. Durante l’estate del 1992 guardavo con angoscia e crescente apprensione le immagini della Somalia: guerra e carestia, insieme. Quelle distruzioni ma soprattutto quei volti e quei corpi scavati dalla fame mi hanno messo in discussione, mi hanno aperto gli occhi su una realtà internazionale mutata, che stava producendo cambiamenti anche nel Sud del mondo, facendo saltare equilibri politici, alleanze e sostegni con conseguenze talvolta drammatiche. Furono proprio le immagini dei somali stremati dalla siccità, dalla fame, dai combattimenti e dai saccheggi a far nascere INTERSOS.

Quella del 1992 fu un’estate di profonda riflessione. Tra settembre e ottobre ci riunimmo, sei persone, e decidemmo di dare vita a un’organizzazione umanitaria per rispondere a questo tipo di gravi emergenze. In Italia allora non ce n’erano perché le Ong si erano specializzate nella realizzazione di partenariati e progetti di sviluppo.

I sei fondatori hanno voluto un’organizzazione aperta. Ecco una prima caratteristica. Aperta alle emergenze umanitarie, ovunque e senza limitarne preventivamente il campo di intervento, ma anche al mondo intorno a noi, di cui ci sentiamo parte. Il mondo del lavoro, con la mia presenza, in rappresentanza delle tre confederazioni sindacali: ero della Cisl ma esisteva un patto iniziale per procedere uniti con Cgil e Uil nella convinzione che l’azione umanitaria non ha bandiere, è di tutti. Il mondo del volontariato internazionale con Amedeo Piva che era allora presidente della Focsiv. Il mondo della solidarietà, dei movimenti pacifisti, dell’obiezione di coscienza con Licio Palazzini, presidente dell’Arci-Solidarietà. Il mondo della fratellanza umana, della dedizione, con suor Maria Teresa Crescini, una vita consacrata all’educazione degli adolescenti. Il mondo della cooperazione sociale, con Felice Scalvini, allora presidente di Federsolidarietà e grande innovatore sociale. Il mondo della politica, quella impegnata ad unire l’Europa e l’Africa, con il compianto senatore ed europarlamentare Giovanni Bersani, primo presidente di INTERSOS, che ha dato vita al dialogo tra il parlamento europeo e quelli africani.

“Homo sum. Nihil humani a me alienum puto” (Terenzio, II secolo a. C.) è l’inizio della nostra Carta dei Valori: “Sono un essere umano. Nessun essere umano, nessuna realtà umana mi è estranea”.

Quattro giorni dopo la costituzione di INTERSOS ero in Somalia, la prima e la più lunga missione, dato che ci siamo ancora nonostante le difficoltà, dopo venticinque anni. Ecco due altre caratteristiche di INTERSOS: rapidità nella risposta umanitaria e la prima linea.

 

D.: Quali sono state le prime difficoltà professionali, umane, politiche, da te incontrate, all’interno ed all’esterno? 

R.: Sinceramente non ho mai vissuto le difficoltà come tali ma come la normalità di un cammino da percorrere e che avevo scelto come dovere etico ed umano. L’imperativo umanitario non è un’astrazione. Prende la tua vita, diviene totalizzante. Mi hanno aiutato molto l’istintiva capacità di esprimere ostinazione ed entusiasmo e l’esperienza precedentemente accumulata all’istituto sindacale per la cooperazione allo sviluppo (Iscos-Cisl) che ho contribuito a fondare nei primi anni Ottanta dopo alcuni anni di impegno sindacale prima nel settore chimico (con un’esperienza operaia alla Mapei) e poi nel dipartimento internazionale della Cisl, dove tra l’altro ho seguito le nuove e allora ancora limitate realtà dell’immigrazione. I partenariati sindacali internazionali mi avevano condotto in America latina con progetti di rafforzamento delle organizzazioni dei lavoratori e delle opposizioni democratiche alle dittature e in Africa con programmi di formazione professionale e tecnica, attività produttive nell’agricoltura, nelle officine di riparazione ferroviarie, nella promozione dell’organizzazione cooperativa. È stata per me anche una scuola per affinare e rendere efficaci i rapporti politici.

Gli interventi dei primi anni, in Somalia, Ruanda, Burundi, Mozambico, Cecenia, Angola ci hanno portato (parlo al plurale perché ormai la squadra INTERSOS si era formata) a definire meglio tre priorità. i) In quali ambiti indirizzare più efficacemente gli interventi. Abbiamo stretto molte mani è il titolo del libro di Sonia Grieco sui primi venti anni di Intersos edito da Carocci. Stringere le mani rimane fondamentale, il primo e fondamentale gesto di un operatore umanitario, che non deve mai mancare, che stabilisce una relazione: “essere con”, che è molto più dell’ “agire per”. Ma occorre contemporaneamente dare risposte efficaci ai bisogni, definire sempre meglio i propri ambiti di intervento anche sulla base di valutazioni dei risultati degli interventi realizzati. ii) In contesti divenuti sempre più insicuri quali misure di sicurezza adottare per gli operatori e le operatrici e per le persone che dobbiamo proteggere. iii) Come perfezionare il modello di organizzazione, gestione e controllo e le relative procedure operative per lavorare al meglio, assicurare il necessario sostegno, verificare, garantire trasparenza ed essere credibili di fronte ai finanziatori e sostenitori italiani, europei e internazionali.

Gli interventi umanitari che abbiamo via via considerato prioritari, nei campi per rifugiati e sfollati, nelle aree distrutte e da ricostruire, tra la gente in fuga in cerca di protezione e di aiuto, ci hanno forzato ad essere migliori, a formarci meglio, a specializzarci nella protezione e nel primo soccorso. Gli stessi principi umanitari: Umanità, Neutralità, Imparzialità, Indipendenza, li abbiamo assimilati profondamente durante gli interventi, prima ancora di studiarli. La sfida fondamentale era, e continua ad essere, quella di crescere, ampliarci, specializzarci, professionalizzarci, ma continuando sempre a vivere profondamente i valori che danno senso a INTERSOS e rimanendo fedeli ai principi umanitari.

 

D.: Quali sono stati i due-tre momenti di svolta nella vita professionale?

R.: Negli anni ’70 e ’80, l’esperienza operaia e l’ingresso nella Cisl che mi ha permesso prima la fondazione del Cesil a Milano, un centro per pensare e agire con le prime comunità immigrate ai fini dell’integrazione, portando quest’interesse anche a livello confederale e poi la creazione dell’Iscos-Cisl per sviluppare attività di cooperazione internazionale coinvolgendo i sindacati africani e latinoamericani.

Riferendomi ai venticinque anni di INTERSOS, il primo è stato proprio il fermo convincimento che occorresse dare vita, anche in Italia e senza ulteriori ritardi, ad un’organizzazione dedicata alle emergenze umanitarie ed in particolare a quelle provocate da conflitti e situazioni di grave crisi e instabilità. Un altro è stata la presa di coscienza, fin dai primi anni, che l’azione umanitaria, solidaristica e generosa, richiede analisi, riflessioni, approfondimenti e anche azioni a valenza politica, dato che cause, gestioni e soluzioni delle crisi sono tutte di carattere politico. Ciò ha significato: i) in Italia un attivo impegno di confronto, proposta, approfondimento, collaborazione istituzionale e politica oppure di contrasto e denuncia; ii) la ricerca di occasioni di incontro con le parti in conflitto, talvolta anche rischiando, per riuscire a garantire lo spazio umanitario e la neutralità ed imparzialità dell’aiuto o per gettare semi per far nascere occasioni di dialogo e di cammino di pace; iii) un sempre più chiaro posizionamento rispetto ai contingenti militari operanti negli stessi paesi e nelle stesse aree e sul rapporto civile-militare nei contesti di conflitto. L’ultimo è consistito nel passaggio generazionale. Quando si fonda una realtà complessa, portandola avanti fino alla fase adulta, il momento del passaggio delle consegne può comportare dei rischi. Li abbiamo superati senza traumi. E lo considero un successo.

 

D.: Quale è stato il momento più difficile, ed hai mai avuto paura di non farcela? Come lo hai superato?   

R.: In Cecenia ho affrontato la prova più dura: il rapimento di Sandro Pocaterra, capomissione, e dei due chirurghi Giuseppe Valenti e Augusto Lombardi, impegnati nel ripristino delle attività ospedaliere a Grozny e la loro prigionia per 64 giorni, fino al 29 novembre 1996, ad opera di una banda di criminali. Sono stati due mesi di angoscia per INTERSOS, con i timori per la loro sorte e i dubbi sul lavoro, sullo scopo di questo impegno umanitario che ti mette sulla linea del fuoco, senza più essere garanzia di incolumità e di rispetto. Le trattative sono state estenuanti, tra false piste e richieste esorbitanti di riscatto, con le istituzioni cecene e russe che facevano lo scarica barile. Sono stati messi in atto tentativi di mediazione con interlocutori locali, poi è arrivato l’apporto di Adriano Sofri, amico di Lombardi, che si è generosamente offerto perché era già stato nella repubblica caucasica per un servizio giornalistico e aveva contatti che si sono rivelati decisivi per la liberazione dei tre operatori e che hanno permesso di evitare qualsiasi cedimento alle richieste di riscatto. Ero pronto ad interrompere o rallentare ogni attività di INTERSOS per concentrare l’attenzione e le risorse sulla loro salvezza e liberazione. Continuare o ritirarsi? È l’interrogativo ricorrente in ogni situazione con gravi problemi di sicurezza, sia per non esporre ad eccessivo pericolo chi lavora sul campo, sia per i dubbi sulla possibilità di operare fedelmente ai principi umanitari, senza subire condizionamenti. L’uccisione, pochi giorni dopo, di sei volontari della Croce Rossa internazionale e le ripercussioni del sequestro sulle istituzioni cecene, in parte coinvolte, mi hanno convinto che non ci fossero più le condizioni per poter continuare a operare nel paese. È stato l’unico caso di interruzione radicale di una missione umanitaria negli anni di vita dell’organizzazione.

 

D.: Ma come diavolo sei riuscito a far crescere così tanto INTERSOS, e su quali fondamenta?

Abbiamo stretto molte mani”, titola il libro sui primi venti anni riprendendo una corrispondenza degli operatori tra i profughi ruandesi in Burundi. Per continuare a farlo occorreva essere sempre più efficaci nella risposta ai bisogni. Gradualmente, abbiamo dovuto quindi approfondire ogni aspetto dell’intervento umanitario, accrescere la professionalità, darci regole, seguire precise procedure al fine di facilitare il lavoro, assicurare l’indispensabile neutralità e indipendenza, garantire la massima trasparenza. Il tutto senza perdere la spinta valoriale e solidaristica che è e deve rimanere la linfa vitale di INTERSOS. Siamo cresciuti perché l’imperativo umanitario è continuato ad essere vivo, profondamente sentito e ci ha spinto ogni volta ad “esserci”: con risposte rapide, efficaci, in prima linea, agendo “con”. Le Agenzie umanitarie internazionali ci conoscono. Ove ci hanno apprezzato (con umiltà dobbiamo riconoscere che non sempre siamo riusciti a dare il meglio, come avremmo voluto, anche se abbiamo cercato di mettere a frutto gli insuccessi per migliorare) ci chiedono di continuare ad intervenire e sostengono le iniziative che a nostra volta proponiamo. Ogni crescita deve essere però proporzionata alle capacità che puoi riuscire ad esprimere. INTERSOS, pur mantenendo viva l’imperativa spinta solidaristica, quella che l’ha portata ad assumere una dimensione significativa e rilevante nell’ambito della realtà non governativa italiana, dovrà ora consolidare, rafforzare e rendere stabile il grande cammino fatto nei venticinque anni. Anche per capire come impostare al meglio i prossimi venticinque.    

 

D.: Come vivi e valuti il recente scandalo di OXFAM UK che ha tolto il coperchio alle gravi contraddizioni di un intero settore?

R.: Siamo tutti indignati da quanto successo, come ogni volta che fatti simili vengono alla luce. C’è una frase nel Vangelo che ho memorizzato e che ritengo debba valere per ogni operatore umanitario, credente o non credente: “Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente”. Ecco come valuto questo scandalo. Nessuno vuole essere bacchettone ma ci sono cose che non devono mai, proprio mai, essere ammesse o sottaciute, in particolare nel mondo che intende per vocazione esprimere umanità, rispetto, solidarietà. Conosco bene il mondo umanitario ed è per me sempre una sorpresa quando scopro condotte criminali o che comunque contraddicono i valori, i principi e le regole di comportamento che le organizzazioni hanno adottato. Pur con i limiti, gli errori e le debolezze che contraddistinguono la nostra condizione umana, il mondo umanitario è nella grandissima parte sano e dedicato, con valori che lo guidano e con regole, procedure e strumenti, compreso “il box dei reclami e delle denunce”, per prevenire e gestire severamente gli abusi. Questi fatti devono spingere ogni Ong a migliorare, adattandole ai vari contesti, le regole di prevenzione e di controllo e a verificarne l’applicazione. La selezione del personale è un primo passo, ma non può rimanere l’unico. Se cresce il numero degli operatori impegnati e se si interviene nelle urgenze, i rischi aumentano e occorre farvi fronte.

 

D.: Si può davvero essere puliti e coerenti con i valori, stando sul campo e nel fango, nell’ambito dell’emergenza umanitaria. Come? 

R.: In questi giorni ho spesso ripetuto come sia bene non ignorare “la foresta che cresce mentre alcuni alberi marci cadono facendo molto rumore”. Occorrerà indubbiamente capire perché questi siano marciti pur nella crescita del resto della foresta: è un compito che deve coinvolgere tutti, dai livelli apicali delle organizzazioni ai singoli operatori e alle persone con cui e per cui lavoriamo. Ritengo che sì, si può essere puliti e coerenti con i valori, stando sul campo e nel “fango”. Direi anche che più si è nel “fango”, più cioè si è vicini alle persone che hanno vissuto e stanno vivendo gravi difficoltà e sofferenze, condividendole nella vicinanza, e più si rimane puliti. La tensione alla massima coerenza deve essere e deve rimanere un habitus per ogni Ong e ogni operatore e operatrice umanitari ed è dovere di ogni livello di responsabilità verificare che ciò corrisponda al vero.

Noto che, negli anni, ci si è talvolta “adeguati ai tempi” e qualche organizzazione – più a livello internazionale che italiano, anche se dobbiamo tutti guardarci allo specchio – sta forse perdendo il senso della coerenza tra l’azione a fianco dei più poveri per lottare contro la povertà e portare aiuto nelle crisi ed il proprio modo di vivere, i salari, lesagerata ostentazione di sé e della propria supponente indispensabilità. Anche nella vita personale, nello stile di vita, nel modo di porsi, nei livelli remunerativi (alcuni mi paiono non solo incoerenti ma intollerabili), nell’uso di beni costosi o inopportuni, quando si opera a fianco e a soccorso di persone in contesti sfortunati, di povertà e di grande sofferenza, una severa etica del comportamento dovrebbe guidare le Ong e il loro personale, sempre. Tutto si tiene: la non coerenza può più facilmente portare ad eccessi e abusi.   

 

D.: Quali procedure anche pratiche o di management dovrebbero adottare le ONG per uscirne? 

R.: Ogni Ong dovrebbe dotarsi di un modello di organizzazione, gestione e controllo, che sia conosciuto da tutti e la cui applicazione sia verificata dalla funzione di controllo interno. Si tratta di un insieme di elementi, dalla carta dei valori al codice etico (che devono potersi interiorizzare, profondamente), dall’organizzazione alla chiarezza sulle responsabilità, alle procedure da seguire per agire bene, in modo corretto e al contempo per prevenire possibili azioni delinquenziali o abusi nella gestione delle attività e per poterli controllare, contrastare, reprimere. Alcune Ong si sono dotate anche di procedure per prevenire abusi di carattere sessuale o a danno di minorenni e per dotarsi degli strumenti necessari per verificarne l’adempimento e per ricevere segnalazioni e denunce al fine di poterli reprimere sul nascere.

L’esame dei curricula, le ulteriori informazioni delle Ong o di altri Enti ivi indicati, la selezione e la formazione sono indispensabili ma esiste sempre la possibilità di imprevedibili comportamenti delinquenziali. L’adozione di precise procedure è quindi indispensabile per riuscire a sostenere, verificare e controllare.  

 

D.: Quali sono secondo te oggi le doti e i requisiti per chi vuole lavorare nel mondo delle ONG?

R.: Più che delle doti (che, per chi sceglie una Ong umanitaria, devono certamente comprendere l’attenzione all’altro, in particolare al più bisognoso, la voglia di capire il contesto e le dinamiche che l’hanno sconvolto, la disponibilità ad affrontare difficoltà e qualche sacrificio per realizzare l’impegno che si assume, la flessibilità, l’umiltà che ti permette di imparare continuamente e di correggerti e perfezionarti), parlerei dei requisiti. Alcuni di essi possono anche acquisirsi crescendo nell’Ong. Nessuno nasce imparato: il cammino di crescita è quindi fondamentale e ogni organizzazione deve favorirlo e accompagnarlo. È indubbio però che per dare risposte efficaci occorrano conoscenze, capacità e professionalità. In un ospedale servono medici e infermieri ben formati, allo stesso modo servono esperti specifici per tenere sotto controllo la spesa e le scritture contabili, per organizzare la logistica, per sistemare campi di accoglienza e ripari dignitosi, assicurare acqua, latrine, cibo, per proteggere e tutelare, per organizzare scuole di emergenza e così via. Il discorso non può ridursi a poche righe, ma tra i principali requisiti indicherei: i) la spinta valoriale, che non basta ma che aiuta, ti guida, permette di metterti in discussione, ti fa sentire parte del corpo dell’Ong che la vive e la trasmette anche attraverso di te; ii) un livello di istruzione adeguato; iii) la conoscenza della lingua internazionale usata nel paese e il desiderio di imparare l’essenziale di quella locale per riuscire a stabilire rapporti personali diretti; iv) la capacità di pianificazione e gestione del proprio tempo, riuscendo anche a coinvolgere e a fare squadra per risolvere, per quanto possibile, ogni problema che riguarda le persone assistite; v) l’uso degli strumenti informatici; vi) la capacità di sintetizzare rapporti con la precisione che la materia richiede…

 

D.: Nino, un’ultima domanda: tre consigli che senti di dare ai nostri studenti e a chi vuole rendersi utile inseguendo il proprio sogno, impostando la propria vita nella cooperazione internazionale?

R.: Dare il massimo, con passione, generosità, apertura all’altro, perché altrettanto massima è la misura di quanto si riceve in crescita umana, soddisfazione, conoscenza, professionalità.

Non avere paura delle difficoltà ma capire dove trovare l’aiuto per poterle affrontare e superare, senza mai fermarsi di fronte agli ostacoli.

Qualora poi la cooperazione internazionale e l’aiuto umanitario diventassero la professione della propria vita, mantenere sempre viva la coerenza con i valori alti che hanno guidato i primi passi e quelli successivi, fino a far maturare questa scelta. 

 

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