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500 giorni per sorridere. Per le popolazioni del Sud-Est asiatico è il modo più facile di comunicare

Sandro Calvani | 14 Ottobre 2014

Oggi in un affollato supermercato del centro di Bangkok ho incontrato un gruppo di giovanissimi che con grandi sorrisi invitavano i passanti a riflettere sul fatto che mancano solo 500 giorni alla meta stabilita dalle Nazioni Unite per realizzare gli obiettivi di sviluppo del millennio entro la fine del 2015. “E tu che cosa fai?”. “Che cosa farai per un mondo più giusto e felice?”. “Potresti almeno sorridere di più?”. Con tutti i problemi e le brutte notizie che ci affliggono ogni giorno, quella di sorridere per 500 giorni, può sembrare una proposta rivoluzionaria. Ma qui non lo è, anzi è un modo di vivere e di essere.
Giovani che sorridono ogni volta che incrociano uno straniero come me sul marciapiede, altri che ridono mentre vanno insieme a scuola o al lavoro: li noto ogni mattina, appena esco di casa. Sono tantissimi, più o meno nove su dieci, così tanti che sembra che a Bangkok ci abitino solo loro. Al loro sorriso sono ormai abituato anche perché so che il sorriso facile è una caratteristica comune a diversi popoli del Sud-Est asiatico. Alle autorità non è servita dunque molta fantasia per inventare lo slogan di attrazione per i turisti e per gli investimenti stranieri: Thailandia, la terra dei mille sorrisi.
Ma non avevo mai riflettuto sul sorriso come risorsa nazionale, fino a quando uno studente americano non mi ha chiesto in tono serioso: “Ma perché qui sono tutti – soprattutto i giovani – sempre così sorridenti?”. Mi è sembrato che sarebbe stato un po’ superficiale rispondere che una certa positività nel primo contatto con gli altri è una caratteristica delle loro culture. Ho cercato allora risposte più scientifiche. I sorrisi frequenti e facili hanno una varietà di significati nella società thailandese: per indicare spontaneamente di essere divertiti da una situazione, per giustificare e perdonare piccole sviste o sgarbi, per ringraziare qualcuno per un piccolo servizio, per evitare di commentare su questioni ritenute conflittive o sconvenienti, per mostrare imbarazzo, come forma comune di saluto (insieme alle mani giunte) anche per persone mai viste prima, e per ricambiare un’altra persona che ha sorriso per prima per qualsiasi altra ragione. Inoltre c’è anche una ferrea regola di non mostrare mai emozioni negative o rabbia, un tabù che non ammette eccezioni. Quindi il sorriso è l’unica faccia possibile.
Nel Sud-Est asiatico comunicare con semplicità e sorridendo è molto più facile che nei Paesi occidentali: si dice che in pratica non c’è bisogno di rompere il ghiaccio perché nessuno pensa che ci sia. Certo, esiste anche una profonda ed innata attitudine alla ricerca della felicità e della pace per se stessi e per donarla agli altri, in ogni situazione; ne deriva una forte apertura verso gli altri e una tendenza a considerare il mondo attorno a sé come il posto migliore in cui vivere.
Un’altra caratteristica del giovane mondo Sud-Est asiatico è la vera e profonda trasformazione delle attitudini di genere. In Thailandia ad esempio quasi il 40% dei direttori generali di ministeri e di imprese sono donne, molte di più che in Europa e negli Stati Uniti. Gli obiettivi di sviluppo del millennio sono presi molto sul serio dal mondo dell’impresa, dalle autorità responsabili della salute e dell’educazione, settori dove va scomparendo qualunque discriminazione di genere e cresce incontrastata anche la piena tolleranza per i LGBT (lesbiche, gay, bi-sessuali e transsessuali).
Inoltre grazie all’enorme diffusione dei social network online, c’è oggi una coscienza diffusa delle comuni responsabilità globali, con riferimento ai beni pubblici, il cambiamento climatico, la lotta alla povertà; non è raro incontrare giovani che sanno bene di essere la prima generazione nella storia con la possibilità di eliminare la povertà estrema dal pianeta e volentieri ne parlano con gli amici ed in famiglia o al liceo e all’università. Esiste un disincantamento rispetto ai metodi tradizionali della politica, soprattutto quelli dei partiti, e una preferenza per una democrazia diretta dove la sovranità e le decisioni vengano prese soprattutto dalla gente a livello locale. D’altronde ci sono davvero straordinarie storie di successo di sviluppo nel corso degli ultimi venti anni che dimostrano chiaramente come lo sviluppo e l’eradicazione della povertà si ottiene quando i Paesi scelgono le giuste politiche e la gente viene coinvolta come protagonista. Perché allora non abbracciare anche l’idea che, in questi 500 giorni che restano prima della fine del 2015, si vedano più sorrisi tra i giovani per le strade del mondo?

 


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