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Dalla Smart City alla Smart Land il futuro è già tra di noi, ma quale?

Dalla Smart City alla Smart Land il futuro è già tra di noi, ma quale?

Danilo Castagnetti | 12 gennaio 2016

L’innovazione non è soltanto tecnologica; i fattori dell’innovazione non sono soltanto economici; i processi innovativi sono il risultato della combinazione di fattori diversi. La città è la sede per eccellenza di questa combinazione. Nelle politiche europee dell’innovazione legata alla sostenibilità le città vanno assumendo un ruolo cruciale: la smart city dovrebbe essere la sede per eccellenza della conoscenza e della sostenibilità”  Angelo Pichierri (2014)  

Il tema della Smart City è ormai da alcuni anni al centro dell’attenzione delle amministrazioni cittadine. La necessità di ripensare gli spazi urbani ponendo attenzione ai bisogni dei cittadini, alla sostenibilità, alla razionalizzazione delle infrastrutture e delle risorse utili all’erogazione dei servizi, ha acquisito un ruolo chiave nella definizione dei possibili percorsi di sviluppo per le città.

A questo dobbiamo aggiungere l’esigenza delle imprese insediate di competere a livello globale, oltre alla volontà da parte dei territori di riuscire ad attrarre ed attivare nuove iniziative.

Nei vari contesti economici appare oramai evidente l’emergere di alcune realtà rispetto alle altre. Esistono oggi incontestabili esempi di città che hanno saputo attrarre imprese, capitale umano creativo (Florida 2003) e lavoratori grazie ai quali si è potuto innescare una crescita economica esponenziale.

Esiste talvolta una concettualizzazione errata di Smart City che la descrive tale quando in essa trovano applicazione moderne tecnologie intelligenti per l’erogazione di servizi ai cittadini. La visione corretta è più ampia ed investe sostenibilità ambientale, partecipazione, inclusività e benessere diffuso. Una ulteriore estensione riguarda il territorio circostante la città o comunque un territorio più vasto caratterizzato da una identità comune, definibile come smart land  “un ambito territoriale nel quale sperimentare politiche diffuse e condivise orientate ad aumentare la competitività e attrattività del territorio con un’attenzione specifica alla coesione sociale, alla diffusione della conoscenza, alla crescita creativa, all’accessibilità e alla libertà di movimento, alla fruibilità dell’ambiente (naturale, storico-achitettonico, urbano e diffuso) e alla qualità del paesaggio e della vita dei cittadini” (Bonomi 2014) .

Personalmente penso alla smart city come il risultato di una più ampia strategia di sviluppo volta a migliorarne l’efficienza, l’attrattività, la qualità dei servizi e della vita e soprattutto la sua messa in rete con tutte le altre città che stanno attualmente dominando lo scenario economico globale (Perulli 2014).

Si tratta di un modello fortemente sostenuto dall’Unione Europea attraverso una retorica che mette in primo piano la sostenibilità nelle sue tre dimensioni: sociale, economica ed ambientale, oltre che sul modello di governance europeo basato sulla  presa di decisioni inclusiva di tutti i portatori di interesse.

Smart è dunque una città che impiega gli strumenti dell’ICT come supporto innovativo degli ambiti di gestione ed erogazione dei servizi pubblici, anche e soprattutto grazie a partenariati tra pubblico e privato. In essa vengono ri-progettati e ottimizzati tutti i flussi di informazioni utili e tutte le risorse sia tangibili (trasporti, energia, infrastrutture) sia intangibili (capitale umano, istruzione e conoscenza).

In questo contesto, la collaborazione tra attori diversi e l’innovazione tecnologica permettono di rendere reali scenari che solo un decennio fa potevano apparire impensabili, ponendo in primo piano la questione di quali siano le soluzioni migliori di utilizzo delle tecnologie oggi disponibili.

Certamente la smart city è l’esatto opposto dell’eco-villaggio o della transition town, tecnologica la prima, a misura d’uomo e del contesto naturale le seconde. Un futuro abbastanza utopistico, ma auspicabile, potrebbe essere rappresentato dall’ibridazione delle due situazioni. I Distretti di Ecomomia Solidale, che già esistono da tempo, già da ora potrebbero agire in questa prospettiva.

Nella realtà smart cities e smart land già esistono e si stanno sviluppando velocemente attraverso traiettorie molto diverse, come è giusto che debba essere, ma se da un punto di vista teorico, è oggi possibile immaginare città intelligenti e sostenibili oltre che a misura dei loro abitanti, esistono alcune problematiche che vanno attentamente valutate.

Uno di questi aspetti riguarda il possibile predominio degli aspetti tecnologici ed infrastrutturali su quelli più prettamente sostenibili nell’effettiva implementazione dei piani di sviluppo. Questa predominanza può determinare ulteriori problemi legati ad un’eccessiva e parassitaria impronta ecologica della città sul Pianeta e sui territori circostanti. In altre parole se gli aspetti inerenti la sostenibilità non vengono correttamente sviluppati potremo avere eccessiva voracità energivora da parte della città, eccessiva produzione di rifiuti da smaltire altrove, mancante equilibrio tra quanto prodotto in loco e consumato da un punto di vista alimentare, inquinamento ed eccessiva anomia degli spazi sociali. A questi potrei aggiungere il rischio di un possibile ed invasivo controllo sociale, dovuto alla videosorveglianza e all’accesso indebito a informazioni sensibili riguardanti i cittadini, rilevabili dai dati relativi all’utilizzo delle loro  credenziali elettroniche per la fruizione dei servizi, che potrebbe tramutarsi in una sorta di orwelliano “grande fratello”.

Jacques Attali (2007) ha descritto brillantemente alcuni tra i diversi scenari globali possibili che ci attendono in un futuro ormai prossimo, uno di questi, quello che maggiormente teme, riguarda uno stato di decadenza, degrado, deprivazione da parte di gran parte dell’Umanità con l’eccezione di alcune ricche ed opulente città, ovviamente arroccate in modo difensivo per “tenere fuori” i meno fortunati.

La tecnologia possiede anche un suo lato oscuro, tutto dipende dall’uso che ne faremo.

La questione smart è di più, e se è di più è anche altro. È sostanzialmente problema della governance e quindi è questione politica. È un modo diverso non di fare politica, ma di essere politica. La smart city è la città della condivisione e della partecipazione rispetto a ciò che è ritenuto bene comune” (Masiero 2014).

Dovremmo tutti impegnarci per cercare un maggiore equilibrio e costruire il migliore futuro possibile.

 

 Tratto dal saggio di Castagnetti D. Equilibrio 2015 Atene Edizioni, Arma di Taggia (IM)

 


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