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Asia, il lavoro che uccide

Sandro Calvani | 17 settembre 2013

«Mi hanno pagato 6.000 taka (circa 60 euro, ndr.) come compensazione dei danni per quello che mi hanno fatto». Si presenta con la faccia coperta da bende, lacrime e sangue, piange e urla allo stesso tempo: è una ragazzina su una carrozzella rudimentale. La incontro in una manifestazione di piazza, a Dacca. È l’intero popolo bengalese che protesta dopo il crollo – avvenuto il 24 aprile – di cinque fabbriche tessili nel Rana Plaza a Savar, una periferia industriale della capitale del Bangladesh. Questa operaia uscita viva dalle macerie si chiama Ciendei, mi dice il collega bengalese che è con me: ha letto il nome sul braccialetto di ricovero del Pronto soccorso. Ciendei ha perso un occhio e una gamba nel disastro che ha ucciso più di 1100 persone, il più grande disastro industriale registrato nella storia del mondo intero.


A soli 19 anni Ciendei è ora handicappata grave, disoccupata, con due bambini. Ci racconta che ha perso una sorella maggiore vittima del crollo della fabbrica: dovrà occuparsi anche di altre tre bambini di sua sorella rimasti orfani. Chissà quante altre storie simili ci sono tra le oltre 3.000 lavoratrici che ogni giorno venivano sfruttate dentro gli otto piani del Rana Plaza o tra gli altri 4 milioni di lavoratori quasi schiavi dell’industria dell’abbigliamento in Bangladesh. Sono tutti pagati circa 40 euro al mese.

Pochi giorni dopo in Cambogia è crollata una grande fabbrica di scarpe da ginnastica, facendo altri morti; anche in questo caso si tratta di produzioni a basso costo per grandi firme europee ed americane. In Cambogia lavorano nel settore tessile e abbigliamento oltre mezzo milione di persone. I prodotti esportati valgono 4 miliardi di dollari l’anno in Cambogia e oltre 20 miliardi in Bangladesh, cifre che attraggono molta corruzione in tutti i procedimenti di controllo della sicurezza sul lavoro. Di fronte a manifestazioni popolari di protesta imponenti e a volte violente, il governo bengalese ha subito promesso un piccolo aumento dei salari nel settore tessile e ha ordinato la chiusura di altre 200 fabbriche di abbigliamento in costruzioni fatiscenti.

Dato che la fabbrica è crollata, l’impresa è chiusa e non pagherà più le 150 ore di straordinari nei mesi passati che Ciendei aveva scritto nel suo quadernetto tutto macchiato di sangue. Ci accorgiamo che il nome di questa ragazza è strano, non è un nome comune bengalese. Le chiediamo perchè si chiama così e ci mostra la maglietta bianca C&A sporca di sangue: in inglese C&A si legge proprio Ciendei. Sua madre è una lavoratrice che produce magliette C&A e ha messo la sua speranza di vita e l’orgoglio del suo lavoro nel nome dato alla figlia. Insieme alla svedese H&M, alla spagnola Zara e altre grandi firme di abbigliamento di marca a buon prezzo, anche l’olandese C&A ha firmato subito un nuovo codice mondiale di comportamento che dovrebbero rispettare tutte le industrie tessili dei paesi in via di sviluppo che forniscono prodotti per la grandi firme europee.
I loro siti internet sono pieni di dichiarazioni di buona volontà e di politiche corporative responsabili, compresa la lotta al lavoro minorile in Bangladesh e in altri paesi asiatici e il rispetto dell’ambiente e della sicurezza sul lavoro I recenti incidenti gravissimi hanno dunque fatto suonare l’allarme emergenza nell’industria mondiale dell’abbigliamento de-localizzata nei Paesi con salari bassi. Sarà sincera l’intenzione che i loro portavoce hanno espresso di smettere lo sfruttamento di lavoratori ridotti in situazione di quasi schiavitù? Davvero i grandi marchi europei cancelleranno i contratti con i fornitori che continueranno come prima? Davvero potranno rivoluzionare le forme di produzione in modo da eliminare le pessime abitudini del passato, le violazioni dei diritti umani, il disinteresse per la salute e la sicurezza dei lavoratori?
E quando tra un anno qualche autorità bengalese tornerà sulle macerie del Rana Plaza a commemorare il più atroce incidente del lavoro della storia del Paese, potrà segnalare il nuovo corso dell’industria tessile, dallo sfruttamento senza regole a un’alleanza onesta con i sindacati per offrire ambienti di lavoro sicuri? Oppure dovrà invece menzionare le statistiche di altre fabbriche crollate schiacciando i sogni di liberazione dalla fame e dalla povertà di migliaia di poveri?
Viene naturale chiedersi chi potrà controllare efficacemente e credibilmente i comportamenti di 5.000 fabbriche nel solo Bangladesh. Forse la risposta più corretta ed efficace la possono dare i consumatori dei prodotti delle grandi marche europee di abbigliamento, chiedendo a voce alta ai produttori politiche trasparenti di rispetto dei diritti umani dei loro operai, anche in quei paesi dove i governi sono disposti invece a chiudere un occhio per non perdere il grande business.

Fonte: Famiglia Cristiana

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