C’è un paradosso al cuore di molte organizzazioni non profit: sono nate per cambiare il mondo, ma faticano enormemente a cambiare se stesse.
Non è una critica. È una delle osservazioni più ricorrenti nella letteratura sul management del terzo settore, confermata da ricercatori, direttori di ONG e consulenti di sviluppo organizzativo. Le organizzazioni che si dedicano a trasformare la società — combattere la povertà, difendere i diritti, proteggere l’ambiente, sostenere le comunità fragili — spesso si trovano disarmate di fronte alle proprie trasformazioni interne.
Eppure il cambiamento nelle organizzazioni non profit non è un’opzione: è una necessità strutturale. I contesti in cui operano cambiano continuamente — i finanziamenti, le politiche pubbliche, i bisogni delle comunità, le tecnologie, le aspettative dei donatori. Le organizzazioni che non si adattano rischiano l’irrilevanza, indipendentemente dalla qualità della loro missione.
Questo articolo esplora il change management nel nonprofit con un’attenzione specifica alle dinamiche che lo rendono diverso — e per certi versi più complesso — rispetto alla gestione del cambiamento in un’azienda. Si rivolge a direttori, coordinatori, responsabili di programma e manager del terzo settore che si trovano a guidare — o a subire — processi di trasformazione organizzativa.

Perché il Cambiamento nel Nonprofit È Diverso
Prima di applicare qualsiasi framework di change management al contesto nonprofit, è necessario capire perché le organizzazioni non profit hanno caratteristiche che rendono la gestione del cambiamento strutturalmente diversa dal settore privato.
Un volume pubblicato da Springer — Change Management in Nonprofit Organizations: Theory and Practice (2019), scritto da ricercatori affiliati al Centre for the Study of Philanthropy & Public Good dell’Università di St Andrews — sistematizza questa differenza in modo rigoroso. Il punto di partenza è che le nonprofit devono costantemente analizzare e adattarsi alle implicazioni dei bisogni mutevoli dei beneficiari, dei finanziatori, della comunità e delle politiche pubbliche. Ma lo devono fare con vincoli che le aziende private non hanno: una missione che funge da costituzione implicita, una governance spesso distribuita tra board, staff e volontari, e risorse sempre insufficienti rispetto alla domanda.
Uno studio di scoping pubblicato su Nonprofit and Voluntary Sector Quarterly (Walk et al., 2025) che ha analizzato sistematicamente la letteratura sul cambiamento organizzativo nel nonprofit evidenzia come i processi di trasformazione nelle ONG siano profondamente influenzati da variabili che nel settore profit pesano di meno: la resilienza individuale della leadership, la reazione emotiva dei collaboratori ai cambiamenti imposti dall’esterno (come la pandemia o i tagli ai finanziamenti), e la governance delle organizzazioni.
Il risultato pratico è che un manager proveniente dal settore privato che porta con sé i propri framework di change management in una ONG li trova spesso inefficaci — non perché siano strumenti sbagliati, ma perché vengono applicati in un contesto con una logica di funzionamento diversa.
Il Contesto di Partenza: Un Settore Sotto Pressione
Per capire perché il change management nelle ONG è così urgente oggi, è necessario guardare ai dati sul settore.
Il 2025 State of the Nonprofit Sector Report di Forvis Mazars, basato su dati raccolti da oltre 230 professionisti del settore, dipinge un quadro preoccupante: quasi la metà delle organizzazioni non profit non dispone di risorse sufficienti per erogare i propri programmi e servizi, e più di tre organizzazioni su quattro dichiarano difficoltà nel reclutare leader senior. Circa due terzi delle nonprofit non hanno un programma di mentoring per la leadership.
Il tema del burnout attraversa trasversalmente tutti i rapporti più recenti. Secondo il State of Nonprofits 2024 del Center for Effective Philanthropy, il 95% dei leader nonprofit esprime preoccupazione per il burnout del proprio staff — e più della metà si dichiara più preoccupata per il proprio burnout personale rispetto all’anno precedente. Il tasso di turnover nel nonprofit è del 19%, rispetto al 12% degli altri settori.
Questi numeri non sono solo un problema HR. Sono la premessa strutturale entro cui si svolge qualsiasi processo di cambiamento organizzativo. Un’organizzazione in cui il personale è esausto, sottopagato e incerto sul futuro è un’organizzazione con una capacità di change management fortemente ridotta — indipendentemente dalla qualità del piano di trasformazione.
A questo si aggiunge una sfida specifica documentata nel 2024 Nonprofit Leader Study (Viva Strategic Communications): il 78% dei leader nonprofit cita la mancanza di personale e di tempo come il principale ostacolo al cambiamento, seguito dalla mancanza di risorse economiche (72%). Significativamente, solo il 41% indica la mancanza di leadership come ostacolo — la maggior parte delle organizzazioni ha una direzione chiara, ma è bloccata nella fase di esecuzione da vincoli pratici.
Le 5 Sfide Specifiche del Cambiamento nel Terzo Settore
1. La Missione Come Identità — e Come Vincolo
Nelle organizzazioni non profit, la missione non è un documento strategico: è l’identità collettiva dell’organizzazione. Questa profonda identificazione con i valori fondativi è la risorsa più preziosa di una ONG — ma può diventare un ostacolo formidabile quando il cambiamento viene percepito come una minaccia a quella identità.
La resistenza al cambiamento nelle nonprofit non è spesso di natura burocratica o opportunistica — come può accadere in un’azienda privata — ma esistenziale. “Stiamo tradendo la nostra missione” è una delle obiezioni più difficili da gestire in un processo di trasformazione, proprio perché tocca le motivazioni profonde di chi lavora nel settore.
Il change manager nel nonprofit deve quindi saper distinguere tra i cambiamenti che effettivamente mettono in discussione i valori fondativi e quelli che, pur modificando processi, strutture o modelli operativi, li servono meglio. Questa distinzione non è sempre ovvia, e renderla esplicita attraverso una narrazione chiara e condivisa è spesso la conditio sine qua non di qualsiasi trasformazione riuscita.
2. La Pluralità di Stakeholder con Interessi Non Allineati
Una media impresa ha azionisti, management e dipendenti. Una ONG ha board, staff retribuito, volontari, beneficiari, donatori individuali, fondazioni finanziatrici, partner istituzionali, comunità di riferimento. Ciascuno di questi gruppi ha interessi legittimi, aspettative diverse e un diverso livello di potere formale e informale sull’organizzazione.
Gestire il cambiamento significa gestire questa complessità relazionale. Un piano di trasformazione che non considera preventivamente il posizionamento di ciascun gruppo di stakeholder — chi supporterà il cambiamento, chi lo ostacolerà, chi è neutrale ma influente — è un piano incompleto.
3. La Dipendenza dal Capitale Volontario
Le organizzazioni non profit dipendono in misura variabile — ma spesso significativa — dal contributo di persone che non sono retribuite. I volontari non sono vincolati da un contratto di lavoro: se il cambiamento li aliena, semplicemente se ne vanno. E il loro abbandono non è solo una perdita operativa: è un segnale di reputazione che può propagarsi nella comunità di riferimento dell’organizzazione.
Secondo i dati dell’indagine NOI+ promossa da Forum Terzo Settore e Caritas Italiana, il 54% dei volontari italiani ritiene che il proprio impegno abbia un impatto diretto sulla cultura e sull’organizzazione dei servizi — e si percepisce come agente di cambiamento. Questo dato, letto in chiave di change management, significa che i volontari non vogliono essere oggetto del cambiamento: vogliono essere co-protagonisti. Ignorarli nei processi decisionali è un errore strategico, prima ancora che etico.
4. La Scarsità di Risorse per la Trasformazione
Il change management richiede risorse: tempo del management, competenze specializzate, strumenti di comunicazione, budget per la formazione. Le organizzazioni non profit operano strutturalmente in condizioni di scarsità su tutti questi fronti.
Il State of Change Management in the Nonprofit Sector 2025 — il primo rapporto specificamente dedicato a questo tema a livello internazionale — documenta che nelle organizzazioni di medie dimensioni (quelle più comuni nel terzo settore europeo) solo circa la metà dispone di un ruolo o di un team dedicato alla gestione del cambiamento, e che i budget per la trasformazione sono sistematicamente insufficienti. Molte organizzazioni si trovano “between ambition and bandwidth” — tra l’ambizione di trasformarsi e la capacità concreta di farlo.
5. Il Burnout Come Moltiplicatore di Resistenza
Il burnout non è solo un problema di benessere individuale: è un amplificatore della resistenza al cambiamento. Quando le persone sono esaurite, ogni nuova iniziativa viene percepita come un carico aggiuntivo, non come un’opportunità. La change fatigue — l’esaurimento prodotto dall’esposizione prolungata a processi di trasformazione — nel nonprofit si sovrappone spesso al burnout strutturale, creando una condizione in cui il cambiamento, anche quando necessario, trova una resistenza quasi automatica.
I dati del Social Impact Staff Retention Project (2025) mostrano che quasi 7 dipendenti su 10 nel nonprofit stavano cercando attivamente un nuovo lavoro nel 2025. Le ragioni principali: troppa responsabilità con troppo poco supporto (59%). In questo contesto, un processo di cambiamento mal gestito può essere la scintilla che spinge le persone a lasciare.
I Modelli di Riferimento Adattati al Nonprofit
I framework classici di change management — Kotter, Lewin, ADKAR — sono stati sviluppati principalmente per il settore aziendale, ma offrono strumenti preziosi anche per le nonprofit, a patto di adattarli.
Il Modello Kotter nel Nonprofit: Cosa Funziona e Cosa Va Adattato
Le otto fasi di Kotter (creare urgenza, costruire una coalizione guida, sviluppare la visione, comunicare, rimuovere ostacoli, generare vittorie rapide, consolidare, ancorare nella cultura) sono applicabili al nonprofit con alcune modifiche sostanziali.
La fase della coalizione guida richiede, nel nonprofit, di includere rappresentanti di tutti gli stakeholder chiave — non solo il management, ma anche volontari influenti, rappresentanti del board, e in alcuni casi beneficiari. Una ricerca applicata su organizzazioni nonprofit (East Tennessee State University) ha confermato l’applicabilità del modello Kotter al contesto non profit, con particolare enfasi sulla fase iniziale di costruzione del consenso.
La fase di comunicazione della visione deve essere adattata alla pluralità di linguaggi e canali del nonprofit: la comunicazione interna agli staff è diversa da quella verso i volontari, diversa ancora da quella verso i donatori e la comunità. Non esiste un messaggio unico che funzioni per tutti.
La fase dell’ancoraggio nella cultura è, nel nonprofit, particolarmente critica e spesso sottovalutata. I cambiamenti che non vengono incorporati nelle pratiche quotidiane, nelle storie che l’organizzazione racconta su se stessa, nei criteri di riconoscimento e nei processi di onboarding dei nuovi arrivati, semplicemente regrediscono.
Il Modello ADKAR: Focalizzarsi sulle Persone, una alla Volta

Il modello ADKAR (Awareness, Desire, Knowledge, Ability, Reinforcement) è particolarmente adatto al nonprofit perché sposta il focus dal livello organizzativo a quello individuale. In organizzazioni dove le persone sono motivate da valori, non da incentivi economici, capire dove si inceppa il cambiamento per ciascun individuo — mancanza di consapevolezza? mancanza di volontà? mancanza di competenze? — permette interventi molto più precisi ed efficaci.
Cosa Funziona: Pratiche Documentate
Il State of Change Management in the Nonprofit Sector 2025 — il primo rapporto dedicato specificamente a questo tema, che ha coinvolto organizzazioni di tutto il mondo — offre indicazioni preziose su cosa differenzia le organizzazioni nonprofit che riescono a gestire il cambiamento da quelle che falliscono.
Le organizzazioni più efficaci nel cambiamento condividono alcune caratteristiche:
Leadership visibile e presente. Il cambiamento nelle nonprofit funziona quando i leader non delegano la gestione della trasformazione a un progetto o a una task force, ma restano presenti, comunicano in prima persona, e sono visibilmente coerenti tra i valori dichiarati e i comportamenti concreti. Nelle organizzazioni piccole — dove il cambiamento è diretto e personale — questo è quasi automatico. Nelle organizzazioni di medie e grandi dimensioni, richiede uno sforzo consapevole.
Processi proporzionali alle risorse. Le raccomandazioni del rapporto sottolineano che il cambiamento efficace nel nonprofit deve essere “pratico, pragmatico e proporzionale”. Non si tratta di replicare i grandi programmi di trasformazione delle multinazionali: si tratta di identificare i cambiamenti prioritari, sequenziarli in modo realistico, e investire le risorse disponibili in modo mirato.
Comunicazione onesta sulla difficoltà. Le organizzazioni che gestiscono meglio il cambiamento non minimizzano le difficoltà del processo: le riconoscono esplicitamente. Questo disarma la resistenza che nasce dall’incertezza e dalla percezione che la direzione stia nascondendo qualcosa.
Spazio per l’apprendimento. Le organizzazioni più resilienti nei processi di cambiamento sono quelle che creano spazio per la riflessione e l’aggiustamento in corso d’opera — non quelle che seguono rigidamente un piano prestabilito.
Un Caso Europeo: Il Programma Next Generation You
In Italia, un’esperienza concreta di come il cambiamento organizzativo nel terzo settore possa essere gestito in modo strutturato è offerta dal programma Next Generation You della Fondazione Compagnia di San Paolo, che ha coinvolto organizzazioni non profit in Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta nel quadriennio 2021-2024.
Il programma ha segnato, nelle parole della stessa Fondazione, “un passaggio strategico: dalla tradizionale attenzione ai singoli progetti a un investimento di medio-lungo periodo sui processi di trasformazione organizzativa.” Le organizzazioni partecipanti sono state accompagnate da consulenti di sviluppo organizzativo in processi di analisi, pianificazione strategica e implementazione del cambiamento.
L’esperienza ha dimostrato che le trasformazioni più efficaci nel terzo settore italiano partono da tre condizioni: una diagnosi organizzativa condivisa (non imposta dall’alto), un piano di sviluppo pluriennale che integri formazione e cambiamento dei processi, e un supporto esterno che aiuti l’organizzazione a costruire capacità propria — non dipendenza dalla consulenza. Il modello ha avuto abbastanza successo da essere istituzionalizzato nelle Linee Guida per lo Sviluppo Organizzativo del Terzo Settore del 2024, con un budget di due milioni di euro.
Errori più Frequenti nelle ONG
Annunciare il cambiamento senza aver costruito la fiducia. Nel nonprofit, la fiducia non è un optional: è la valuta principale delle relazioni interne. Un processo di cambiamento che parte da un annuncio — anche se ben comunicato — senza un lavoro preliminare di ascolto e coinvolgimento, trova resistenza quasi automatica.
Trattare volontari e staff retribuito allo stesso modo. Le leve motivazionali sono diverse, le aspettative sono diverse, il rapporto con l’organizzazione è diverso. Uno stesso messaggio di cambiamento può risuonare positivamente per lo staff retribuito e alienare i volontari, o viceversa.
Sottovalutare il tempo necessario. Nel nonprofit, i processi decisionali sono spesso più lenti perché coinvolgono più attori. Un piano di trasformazione progettato con le tempistiche del settore privato spesso si inceppa nei meccanismi di governance: board che devono approvare, assemblee dei soci che devono essere coinvolte, reti di partner che devono essere consultate.
Cambiare tutto in una volta. Con risorse limitate e personale già sotto pressione, il cambiamento simultaneo di più dimensioni organizzative — struttura, processi, cultura, tecnologia — produce quasi invariabilmente paralisi. Le organizzazioni più efficaci sequenziano le trasformazioni e costruiscono slancio attraverso piccole vittorie visibili prima di affrontare i cambiamenti più complessi.
Trend 2025-2030: Il Cambiamento che Verrà
La digitalizzazione come driver di trasformazione forzata. Secondo i dati Momentive (2024), la quota di nonprofit che dichiara un uso efficiente della tecnologia è salita dal 33% al 41% tra il 2022 e il 2023 — un progresso significativo, ma che lascia ancora la maggioranza delle organizzazioni indietro. La transizione digitale è inevitabile, e le ONG che non la gestiscono come un processo di change management rischiano di subirla in modo disorganizzato.
La crisi del ricambio della leadership. Con il 76% delle organizzazioni che fatica a reclutare leader senior (Forvis Mazars, 2025) e un interesse per i ruoli di vertice in calo da anni (Building Movement Project, 2022), il cambio generazionale nella leadership è il processo di cambiamento più delicato e più urgente che il terzo settore europeo affronterà nel prossimo decennio. Richiede piani di successione, programmi di mentoring e una cultura organizzativa che sappia trasferire conoscenza tacita tra generazioni di leader.
Il benessere come condizione del cambiamento. Le organizzazioni che sapranno costruire ambienti di lavoro sostenibili — con retribuzioni dignitose, carichi di lavoro realistici, cultura del supporto — avranno una capacità di cambiamento strutturalmente più alta. Il benessere non è un lusso: è un investimento nella capacità organizzativa.
Conclusione
Gestire il cambiamento in una ONG non è come gestirlo in un’azienda. Non perché le persone del nonprofit siano più resistenti o meno professionali, ma perché le organizzazioni non profit funzionano secondo una logica diversa: la missione è l’identità, le relazioni sono la struttura, e la fiducia è la moneta con cui si paga qualsiasi trasformazione.
Questo rende il change management nel terzo settore più complesso — ma anche più ricco di senso. Quando funziona, un processo di cambiamento in una ONG non produce solo un’organizzazione più efficiente: produce un’organizzazione con una capacità rinnovata di generare impatto, di attrarre talenti motivati, di costruire relazioni durature con le comunità che serve.
La competenza di guidare il cambiamento — con metodo, con rispetto per le persone, con coerenza tra valori e azioni — è una delle più preziose che un leader del terzo settore possa sviluppare. Per chi vuole approfondirla in modo strutturato, percorsi come il Master LEAD di Social Change School integrano la gestione del cambiamento con la pianificazione strategica, la leadership e lo sviluppo organizzativo in una prospettiva specificamente orientata al nonprofit europeo.
Ecco l’elenco completo delle fonti utilizzate nell’articolo B1, organizzato per categoria.
FONTI — Change Management Nonprofit
Ricerca accademica e report scientifici
Walk, M., Cart-Turner, L., Peterson, E., Klippel, A. (2025) “Organizational Change in the Nonprofit Context: A Scoping Review of the Literature” Nonprofit and Voluntary Sector Quarterly, Sage Journals → journals.sagepub.com
Springer / Centre for the Study of Philanthropy & Public Good, University of St Andrews Change Management in Nonprofit Organizations: Theory and Practice (2019) → link.springer.com
East Tennessee State University Application of Kotter’s 8 Steps for Change in a Nonprofit Organization Honors thesis → dc.etsu.edu
Report di settore internazionali
Forvis Mazars (2025) 2025 State of the Nonprofit Sector Report Base: 230+ professionisti nonprofit → forvismazars.us
Center for Effective Philanthropy (2024) State of Nonprofits 2024: What Funders Need to Know → cep.org
Nonprofit Finance Fund (2025) 2025 State of the Nonprofit Sector Survey Findings Base: 2.200+ organizzazioni → nff.org
stateofchangemanagement.org (2025) The State of Change Management in the Nonprofit Sector 2025 Primo rapporto internazionale specificamente dedicato al change management nel nonprofit → stateofchangemanagement.org
Viva Strategic Communications (2024) 2024 Nonprofit Leader Study: Exploring Change Management → vivastrategic.com
Building Movement Project (2022) Survey sull’interesse per i ruoli di leadership nel nonprofit Dato citato: calo dal 50% al 46% (white) e dal 40% al 32% (BIPOC) tra 2016 e 2022
Momentive Software (2024) Nonprofit Trends Report 2024 Dato citato: efficienza tecnologica dal 33% (2022) al 41% (2023) → momentivesoftware.com
Social Impact Staff Retention Project (2025) Dato citato: quasi 7 dipendenti su 10 nel nonprofit cercavano un nuovo lavoro nel 2025 → givebutter.com (aggregatore del dato)
Fonti italiane ed europee
Caritas Italiana / Forum Terzo Settore Indagine NOI+ sul volontariato in Italia Dato citato: 54% dei volontari italiani percepisce il proprio impegno come fattore di cambiamento culturale e organizzativo → caritas.it
Fondazione Compagnia di San Paolo (2024) Linee Guida per lo Sviluppo Organizzativo del Terzo Settore 2024 Budget: €2 milioni. Programma aperto per organizzazioni di Piemonte, Liguria, Valle d’Aosta → compagniadisanpaolo.it
Fondazione Compagnia di San Paolo (2026) Sviluppo Organizzativo e Terzo Settore: L’Esperienza di Next Generation You Valutazione del programma 2021–2024 → compagniadisanpaolo.it
Istat / Forum Terzo Settore Dati sulle istituzioni non profit in Italia (aggiornamento 2021) Dato di contesto: 363.499 istituzioni non profit attive, 870.183 dipendenti → forumterzosettore.it
Fonti di contesto generale sul change management
McKinsey & Company (2025) Change is Changing: How to Meet the Challenge of Radical Reinvention Dato citato: 10 programmi di cambiamento/anno per dipendente, aumento 5x in un decennio → mckinsey.com
Ó Móráin, C. & Aykens, P. (2023) “Employees are losing patience with change initiatives” Harvard Business Review, 9 maggio 2023 Fonte primaria del dato McKinsey sul change fatigue
Gartner (2022) Dato citato: disponibilità dei dipendenti a supportare il cambiamento crollata dal 74% (2016) al 43% (2022)


