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Intervista al Coordinatore di HOPE, il primo master in Italia sull’Emergenza Umanitaria

Il 16 dicembre 2014 è formalmente iniziato HOPE – Master in Humanitarian Operations in Emergencies Managing Projects, People, Administration & Logistic in the field.  
AGIRE,  partner di ASVI ha intervistato Lodovico Mariani, Operational Support and Training Coordinator di INTERSOS e Co-coordinator del Master.

– Perché attivare un Master specifico in Emergenza?
L’idea nasce dalla collaborazione tra Intersos e ASVI dopo un’analisi del panorama formativo italiano. Da alcuni anni Intersos si occupa di formazione, per lo più si tratta di corsi brevi di introduzione all’ Umanitario. Abbiamo quindi constatato la mancanza di un percorso specifico indirizzato a chi vuole andare ad operare sul terreno in quest’ambito.
Il Master Hope è rivolto sia ai neo laureati che hanno maturato qualche esperienza all’estero e che vogliono consolidarsi per poi far diventare questa una professione che a persone che già lavorano in altri settori e che vogliono riprofessionalizzarsi, acquisendo nuove competenze per accedere alla professione dell’operatore umanitario.

– L’operatività delle ONG italiane nella risposta alle Emergenze, rispetto al panorama internazionale, è molto limitata. Quali sono i fattori determinanti di questa condizione?
E’ vero, la scala degli interventi delle ONG italiane è molto ridotta rispetto ad altri attori internazionali. Questo fondamentalmente per due motivi. Il primo perché il settore delle ONG, non essendo differente dagli altri settori nel panorama italiano, si presenta in proporzione molto ridotto rispetto alla scala delle grandi organizzazioni internazionali. Ad esempio, nel 2012 Save the Children International ha raccolto 1 miliardo di dollari, mentre il “giro d’affari” di COOPI nello stesso anno si aggira intorno ai 48 milioni di euro e quello di Intersos a circa 22 milioni. Cifre che parlano da sé.
Il secondo motivo è che in Italia abbiamo pochissime organizzazioni specializzate unicamente in interventi di emergenza. Lavorare in emergenza, quando questa non è una delle componenti primarie dell’organizzazione, può rimanere residuale e questo perché il settore umanitario si discosta dal macro settore della cooperazione allo sviluppo, presentando caratteristiche molto diverse. Va dall’altra parte riconosciuto un livello di qualità alto, confermato anche da diversi attori internazionali, degli interventi che le ONG italiane compiono sul campo.

– Come risponde il Master Hope a questi gap?
Io non li chiamerei gap ma caratteristiche.
La comunità umanitaria è ormai globale e il master rispecchia questa realtà. Il Master Hope ha una connotazione assolutamente internazionale, sia per i docenti coinvolti che per gli argomenti trattati. Basti pensare che il modulo relativo alle risorse umane è condotto da People in Aid. Questo respiro internazionale consente a chi partecipa di acquisire competenze spendibili ben aldilà del mondo delle ong italiane. Nel 2015 non si può pensare ad un Master con caratteristiche diverse.

– Quali sono le motivazioni che dovrebbero spingere oggi a specializzarsi in quest’ambito?
Da una parte è un settore in cui ci sono molte possibilità di lavoro. Chiaramente bisogna essere preparati al fatto che oggi il lavoro dell’operatore umanitario implica grossi fattori di rischio in luoghi estremamente disagiati. Però quello che mi piace sottolineare è la componente della passione. Negli ultimi 10 anni le crisi umanitarie sono aumentate in modo esponenziale e conseguentemente i bisogni delle popolazioni colpite. Master è indirizzato a chi ha passione, mi piace anche definirla “spirito di servizio” o – senza aver paura di essere retorico – a chi pensa che un mondo diverso sia possibile e ha voglia di acquisire gli strumenti per realizzarlo.
Non si può fare l’operatore umanitario se non si hanno gli strumenti. Ma non si può fare l’operatore umanitario nemmeno se non si hanno passione e motivazione. L’operatore umanitario non può dimenticarsi del perché ha scelto questa professione! Il primo principio umanitario è quello dell’Umanità, del credere che tutte le persone abbiamo diritto ad una vita dignitosa. C’è quindi bisogno di persone che ci credano e che acquisiscano gli strumenti per farlo al meglio..

– Nella tua esperienza lavorativa hai mai sentito la necessità di acquisire ulteriori strumenti per rispondere in maniera più appropriata agli eventi?
Quotidianamente. Questo è uno dei grossi passaggi mancanti, dal punto di vista culturale, all’interno del terzo settore italiano. Si dà per scontata la propria appartenenza ad un settore senza rendersi conto dell’importanza di acquisire nuovi strumenti ogni giorno. Basti pensare che chi ha incominciato a fare l’operatore 15 anni fa lavorava in un mondo in cui internet era utilizzato come mero strumento di comunicazione, di posta elettronica, per comunicare alcune informazioni basiche dal terreno verso le sedi centrali. Oggi invece la connettività è uno degli strumenti fondamentali per prestare un’adeguata assistenza ai beneficiari. E’ quindi necessario acquisire strumenti e metodi nuovi ogni giorno. Non solo quando si lavora sul terreno, ma anche da qui, dalla sede, quando prepariamo le persone in partenza, per fare il nostro lavoro al meglio.

Qual è la crisi umanitaria più difficoltosa che ti sei trovato ad affrontare?
Beh sicuramente la crisi Afghana. Un’emergenza umanitaria complessa, in cui quelli che vengono chiamati e definiti i Dilemmi Umanitari, vengono alla superfice: il dibattito sull’accessibilità dello spazio umanitario, la difficile sovrapposizione con gli attori militari presenti sul terreno, le difficoltà ad accedere alle zone più pericolose, sotto il controllo dei talebani, dove spesso si trovano anche le persone in maggiore necessità, Il dilemma di quanto dialogare con le parti in conflitto laddove lo scopo principale del nostro lavoro è quello di arrivare alle persone senza avere nessuna connotazione politica. Tutto ciò in Afghanistan è realmente complicato.

– Quando farai la tua prima lezione al Master Hope?
Le lezioni in aula del Master iniziano il 29 gennaio, la parte online è iniziata il 16 Dicembre. . Nella prima giornata lavoreremo sulla composizione d’aula, l’elaborazione delle aspettative da parte dei partecipanti per poi andare a costruire dei percorsi il più possibile corrispondenti ai reali interessi e alle competenze dei corsisti. Il giorno successivo cominceremo con un’introduzione generale al mondo dell’umanitario, affrontando subito le tematiche di come è composto, di quali sono gli attori che ci lavorano, e qual è il diritto a cui si fa riferimento. Il primo modulo sarà caratterizzato da una forte componente di motivazione, con focus accentuato sul codice di condotta, la pietra angolare di chi si vuole considerare un operatore umanitario.

– Sono previsti dei tirocini sul campo?
Sono garantiti ad oggi 5 tirocini. Sulla base di quelle che saranno le necessità reali dei corsisti si andranno ad attivare ulteriori possibilità.


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