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Social innovation is (back) in town

Chiara Buongiovanni | 27 Febbraio 2014

Social street is in town, verrebbe da dire.

Dalla pioneristica esperienza di Via Fondazza, avviata nel settembre 2013 a Bologna,  oltre 150 strade sono ad oggi mappate come “social street” lungo l’intero stivale.

Via Savini a L’Aquila, Via Ranzani  a Bologna, Via Bignani a Monte San Pietro, Via Calore a Lecce, Via Dell’Arcolaio a Firenze, Via Cascina Selmo a San Giuliano Milanese, Via Picasso a Buccinasco sono solo le ultime nate, secondo il gruppo Facebook Social Street.

E, news dell’ultima ora, Silvia di OuiShare Italia mi racconta che qualche giorno fa si è riunito per la prima volta, davanti a un cappuccino, il gruppo nascente di Via Tripoli e vie adiacenti social street, mio futuro quartiere di residenza a Roma. Chapeau!

Sembra essere il fenomeno urbano del momento, eppure ho il fondato sospetto che molti di quella generazione che ancora storce il naso alla parola social, abitino o abbiano abitato, nel corso della vita, in una social street.

Infatti, nonostante l’hype degli ultmi mesi, una social street è in fondo una strada normalissima, di una città qualunque. Quello che la caratterizza è l’obiettivo che i suoi residenti perseguono attraverso una serie di inziative di auto-organizzazione: rendere possibile la socializzazione con i vicini della propria strada di residenza al fine di instaurare un legame, condividere necessità, scambiarsi professionalità, conoscenze, portare avanti progetti collettivi di interesse comune e trarre tutti i benefici derivanti da una maggiore interazione sociale.

La novità della social street sta piuttosto nella forma e nei gruppi generazionali che riesce a integrare,  attraverso il suo nascere nel virtuale per poi tornare al reale. Nelle Linee guida  per la social street, infatti, si mettono in fila i tre passaggi chiave del processo: creare un gruppo chiuso Facebook; pubblicizzare il gruppo; passare dal virtuale al reale. “All’interno del gruppo Facebook – sottolinenao i curatori  – è possibile creare eventi. Non servono spazi pubblici o sale da affittare, esistono le piazze, i giardini o le case delle persone”.  E il memo finale ci sta tutto: “Ricordate che per portare avanti il Social Street non servono investimenti finanziari, serve la volontà di interagire con i propri vicini di casa”.

“Una Social Street – spiegano nel blog di progetto –  utilizza la creazione dei gruppi chiusi di Facebook per raggiungere questo obiettivo a costi zero, ovvero senza aprire nuovi siti o piattaforme”Ed è così che, collegando le caratteristiche di informalità, dinamicità e relazionalità proprie dei social on line con lo spazio fisico, delimitato e spesso antico delle nostre vie, la formula della social street sta rapidamente conquistando i residenti urbani (spesso i più giovani) di tutta Italia, spingendo l’uso del social web verso la dimensione dell’iperlocale.  

La forza della formula “social street” sta probabilmente nel suo armonizzare elementi di socialità tradizionale, quasi naturale e profondamente connaturata alla nostra cultura con forme e strumenti propri della cultura 2.0, dei social network e di una generazione che vive un’esperienza di “vicinato” molto diversa da chi ha abitato le stesse strade solo qualche decennio fa.  

Le social street sono palestre di comunità, dove le persone imparano e gustano lo stare insieme in eventi simbolici o in processi di costruzione di una identità fondata sul proprio indirizzo di residenza. Da una cena in strada a un festa per residenti, da un gruppo di acquisto solidale a una serata di dibattito: la sfida è  esercitare il proprio essere comunità nella vita di tutti i giorni, con le gioie e i dolori (se è permessa la licenza poetica) che le frequentazioni abituali comportano. I vicini come i parenti spesso non si scelgono ma si conoscono nel tempo e piano, piano si impara ad apprezzarli per quello che sono.

Dovremmo essere orgogliosi di partecipare al processo e stimolarlo laddove langue, perché partendo dalla nostra strada miglioriamo la nostra vita e quella degli altri. E, a quanto pare, è contagioso.

 

 


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