Convegno PROFESSIONE FUNDRAISER 2012. Ecco com’è andata

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Alla presenza di oltre 100 operatori e giovani in fase di start up professionale il convegno ha dato forma ad un confronto autorevole tra molti dei più prestigiosi protagonisti del settore, quasi tutti ampiamente sotto i 40 anni, su prospettive, fattori di successo nel medio periodo, rischi e opportunità di questa ‘molteplice’ professione.

Sono emerse chiaramente forti opportunità occupazionali e di sviluppo professionale, sopratutto giovanile e femminile, laddove si presidi in modo ‘analitico’ la donazione individuale (Individual Donors), si lavori con grande professionalità su ambiti più nuovi come i lasciti testamentari (Legacy Fundraing), su ambiti emergenti come le partnership con le aziende (Corporate Fundraising) e si sia ben ancorati al territorio facendo professionalmente ‘Community Fundraising’ e coesione sociale.

“Su radicamento storico sul territorio e sulla capacità di ascolto si basa una delle più grandi opportunità di sviluppo del fundraising, quello del lascito testamentario dimostra dati alla mano Stefano Malfatti, Legacy Fundraiser di Fondazione Don Carlo Gnocchi con valori di raccolta potenziale che nel 2020 supereranno i 100 miliardi di euro” (dati Fondazione Cariplo 2011, Commissione Filantropia) mentre già oggi in Inghilterra il lascito è la fonte primaria di donazioni con oltre il 60% sul totale.

Il fundraiser è stato unanimemente rappresentato come un bellissimo lavoro di creazione di ponti e relazioni sociali di qualità, in grado di fare società sui territori e creare partnership tra attori diversi quali pubblico, privato, nonprofit e nuove tipologie di investitori sociali. Professione tanto più utile in Italia in tempi di disgregazione sociale come questi.

Un’Italia descritta impietosamente da Giampaolo Montini – Direttore Generale di Associazione Peter Pan – “Generosa ma non solidale – in cui tuttavia – le aziende sono molto disponibili ad un rapporto di partnership all’interno di un quadro chiaro di obiettivi e risultati ben rendicontati segnala Alessandra Delli Poggi, Corporate Fundraiser di AIRC e Vicepresidente ASSIF – ed il Corporate Fundraiser è chiamato sempre più a dare risposte innovative e strutturate alle esigenze di raccolta fondi con le imprese.”

Sono state segnalate da tutti i relatori grandi opportunità e necessità di maggiore coinvolgimento degli italiani. Sergio Marelli, Segretario generale FOCSIV, presentando i dati del Barometro della Solidarietà, ha segnalato che, sul totale della popolazione italiana, il 22% é donatore, il 19% è disponibile a donare e il 26% è compiacente, quindi un 45% di italiani in più che potrebbe attivarsi sia in termini di volontariato che di donazioni. “Ma guai ad avvicinarsi ai donatori senza una reale e profonda adesione a valori forti ed alla buona causa” ammonisce Marelli.

I rischi ci sono: secondo i dati di AstraRicerche-Università di Udine, riportata da Giosuè Pasqua della Scuola di Fundraising di Roma, “Il 10% degli italiani non vuole più fare volontariato o donare perché deluso da insufficiente trasparenza, scarsa informazione sui risultati raggiunti, eccesso di marketing e frantumazione dell’offerta. Il fundraising – sottolinea Pasqua – dovrebbe essere parte integrante delle politiche sociali per il ruolo di coesione sociale che svolge.”

Secondo Franco Vannini, Istituto della Donazione “Bisogna saper stimare correttamente e senza esagerazioni le donazioni future in un momento di crisi come l’attuale, lavorare sulla fidelizzazione ma anche rivolgersi a nuovi donatori, in particolare i giovani, che sono molto aperti e coinvolgibili verso il nonprofit.”

“E’ un lavoro di complessità dinamica – sottolinea Luciano Zanin Presidente ASSIF che va maggiormente svolto sui territori e di cui va fatto riconoscere il valore, obiettivi su cui la nuova gestione di ASSIF si impegnerà.”

Marco Traversi, Presidente di I-Sin Italian Social Innovation Network, punta sull’innovazione sociale e sul fatto che la risoluzione dei grandi problemi che ci affliggono debba partire dai bisogni e non dalle formule: “Non interessa chi risolve il problema, se è una non profit o una azienda o un’amministrazione, l’importante è che tutti gli attori si propongano in modi innovativi e risolutivi.”

Marco Crescenzi, Presidente di ASVI, stimola ad “Un fundraising più imprenditoriale, finalizzato non solo alla donazione ‘a perdere’, ma allo start up di iniziative ed imprese che creino valore sociale ed economico e che quindi possano reggersi sulle loro gambe e dimostrare con i fatti il loro concreto impatto sociale: è una strada che possiamo definire di ‘Business-Imprenditoria Sociale Innovativa’.”

“Dal punto di vista occupazionale – ricorda Christian Dama, Direttore della Scuola di Management sociale di ASVI – i nostri dati ci dicono che la domanda di fundraisers da parte delle organizzazioni medio/grandi, per coloro che si diplomano nel nostro Master annuale, è elevatissima e maggiore dell’offerta, con percentuali vicine alla piena occupazione entro un anno dalla fine del percorso.”

“Un identikit del fundraiser italiano prevalentemente donna ed occupato al centro nord – spiega Andrea Caracciolo, sulla base dei dati dell’ultima Ricerca ASSIF, ma di cui, ricorda Zanin, c’è fortissimo bisogno anche al sud. “A volte troppe aspettative verso questo professionista – spiega Massimo Pesci di AGIRE quasi fosse un prestigiatore, ma che per lavorare ha bisogno di buone strutture ed obiettivi molto precisi.”

Nell’ambito dell’incontro è stato firmato l’accordo di partnership tra ASSIF ed ASVI per il rafforzamento delle opportunità, della formazione e del supporto e del riconoscimento del valore della professione di ‘fundraiser’.

Conclusioni ed interventi del convegno tra poco disponibili in formati podcast e pdf su www.asvi.it/fundraisers, la nuova sezione nel sito di ASVI dedicata all’aggiornamento del profilo professionale e alle prospettive del fundraising.

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